Mi vedo estasiato di fronte a quell’essere che sorge dalla tomba, così diverso dal Cristo cui ero, adolescente, devozionalmente abituato. Un corpo così forte e perfetto (a scuola si studiava anche scultura greca) che la ferita sul costato mi appare un graffio irrilevante.
Quel volto è sì severo e pensieroso, ma esprime tanta potenza fisica e intellettuale.
Questa è la Resurrezione che scoprivo durante il penultimo anno di liceo classico che frequentavo nelle vicinanze di Lucca. È il capolavoro che il grande artista rinascimentale Piero della Francesca volle donare alla sua città, San Sepolcro, posta a nordest di Arezzo sulle rive del Tevere, all’estremo est della Toscana.
Cristo esce vittorioso e liberatore dalla tomba marmorea, poggiando il piede sinistro sull’arca, mentre in mano regge il vessillo della risurrezione. In primo piano, quattro soldati, coinvolti nell’evento: due dormono, come il vangelo racconta, mentre gli altri due, uno mi appare come abbagliato dalla visione (quello di sinistra), l’altro sdraiato mi sembra guardi la gloria di Cristo che risorge.
Non ci sono angeli a distogliermi.
Il Cristo sembra puntarmi gli occhi addosso. Vuole me.
Il paesaggio poi, non è omogeneo. La parte sinistra mostra alberi spogli, in riposo invernale, mentre a destra sono tutti coperti di fogliame.
Sì, la risurrezione ridà vita a una natura addormentata. È primavera.
Il sarcofago, il sepolcro è in evidenza, non solo per dirci che Gesù era proprio morto, ma perché il pittore realizza l’affresco per la sua città natale che ha il sepolcro di Gesù nel nome e nello stemma.
Lui, che è stato insultato e ha subito il più terribile delle pene, la morte in croce, è il protettore del Borgo, sentinella in allerta per proteggere la città sprofondata nel sonno. E ora rivela il volto di chi guarda il divenire del mondo, per proiettare la luce del suo sguardo sul nostro futuro.
Buona Pasqua



